DA UN'ETERNA
TREBLINKA
INTRODUZIONE
Mentre ero a New York come studente alla Columbia University, divenni amico intimo di una
rifugiata ebrea-tedesca, traumatizzata da sei anni di vita sotto il regime nazista. La sua
esperienza mi impressionò profondamente, tanto che mi indusse a seguire corsi ed a
leggere molto per saperne di più. In questo, furono particolarmente utili Yuri Suhl,
autore di They Fought Back: The Story of the Jewish Resistance in Nazi Europe (Essi si
opposero: la storia della resistenza degli ebrei nell'Europa nazista), e Lucian
Dobroszycki del YIVO Institute of Jewish Research e curatore del volume The Chronicle of
the Lodz Ghetto, 1941-1944 (Storia del ghetto di Lodz, 1941-1944).
Più tardi, quando divenni un insegnante di storia e mi misi a cercare, senza trovarlo, un
libro sulle origini dell'Olocausto adatto per i miei studenti, scrissi per colmare questa
lacuna Anti-Semitism: The Road to the Holocaust and Beyond (Antisemistismo: la strada
verso l'Olocausto ed oltre). L'estate dopo la pubblicazione di questo libro frequentai lo
Yad Vashem* Institute for Holocaust Education a Gerusalemme ed imparai ulteriormente da
Yehuda Bauer, David Bankier, Robert Wistrich ed altri studiosi dell'Olocausto. Tornato
negli Stati Uniti, iniziai a recensire libri per Martyrdom and Resistance (Martirio e
resistenza), una rivista bimestrale pubblicata dalla International Society for Yad Vashem.
La mia consapevolezza dello sfruttamento e del massacro degli animali da parte della
nostra società rappresenta uno sviluppo più recente. Io sono cresciuto e ho speso la
maggior parte della mia vita adulta inconsapevole di quanto la nostra società è basata
sulla violenza istituzionalizzata nei confronti degli animali. Per un lungo periodo non mi
capitò mai di mettere in discussione o semplicemente di sollevare dei dubbi circa la
pratica ed il pensiero soggiacenti a questa concezione. Steve Simmons, attivista per i
diritti degli ammalati di AIDS e per i diritti degli animali, ha descritto molto bene
questo pensiero: "Gli animali sono gli innocenti danneggiati da una visione del mondo
che asserisce che alcune vite sono più importanti di altre, che i potenti sono
autorizzati a sfruttare i deboli e che i meno adatti devono essere sacrificati a favore di
un bene più grande". Quando ho capito che questo era lo stesso pensiero che ha
guidato l'Olocausto, ho iniziato anche a vedere le connessioni che costituiscono la
materia di questo libro.
Dedico questo libro al grande scrittore yiddish Isaac Bashevis Singer (1904-1991) che è
stato il primo grande scrittore a descrivere il trattamento "nazista" che noi
riserviamo agli animali. Le prime due parti del libro (capitoli 1-5) descrivono il
problema da una prospettiva storica , mentre la seconda parte (capitoli 6-8) descrive le
persone - ebree e tedesche - il cui interesse per la difesa degli animali è stato, almeno
in parte, determinato dalla loro esperienza dell'Olocausto.
La convinzione di Albert Camus che "è responsabilità dello scrittore il parlare per
coloro che non possono parlare a favore di sé stessi" mi ha aiutato a perseverare
nella scrittura di questo libro. E quando sembrò che non avrei mai trovato una casa
editrice abbastanza coraggiosa da pubblicarlo (alcuni hanno detto che il libro era
"troppo forte"), mi sono confortato considerando ciò che scrisse Franz Kafka:
"Penso che dovremmo leggere esclusivamente quei libri che ci fanno male e che ci
feriscono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sconvolge come un colpo alla testa,
perché ci dovremmo prendere il fastidio di leggerlo? Questo libro ci dovrebbe rendere
felici? Buon Dio, noi saremmo molto più felici se solamente non ci fosse alcun libro
[
] Un libro deve essere come un'ascia per il mare gelato che è dentro di noi".
Se il problema dello sfruttamento e del massacro degli animali sarà un tema centrale per
il ventunesimo secolo come lo è stato il problema della schiavitù in America nel
diciannovesimo - ed io penso che non potrà non esserlo - la mia speranza è che questo
libro sarà parte integrante di questo dibattito.
* In Ebraico, "Vad" significa "una mano"e "Vashem" "ed
un nome"; sempre in Ebraico "una mano ed un nome" indica una pietra tombale
con l'indicazione del nome della persona morta. Pertanto, il Museo "Vad Yashem"
di Gerusalemme è, per gli ebrei, il Museo della Memoria, altrimenti noto come il Museo
dell'Olocausto (N.d.T.).
DAL CAPITOLO QUINTO DI UN'ETERNA TREBLINKA
SENZA L'OMAGGIO DI UNA LACRIMA
Centri di sterminio in America ed in Germania
Fino ad ora, abbiamo discusso di come l'addomesticamento/riduzione in schiavitù degli
animali sia servito da modello e da ispirazione per la schiavitù umana, del modo in cui
l'allevamento degli animali domestici abbia condotto a misure eugenetiche, quali
sterilizzazione obbligatoria, eutanasia, e genocidio e di come la macellazione industriale
di bovini, suini, ovini ed altri animali abbia aperto la strada, almeno indirettamente,
alla Soluzione Finale.
Nella storia della nostra ascesa al dominio come specie padrona, l'aver reso vittime gli
animali è servito come modello e fondazione del renderci reciprocamente vittime. Lo
studio della storia umana rivela questo schema: prima gli umani sfruttano e macellano gli
animali, poi trattano gli altri umani esattamente come animali.
È significativo che i nazisti trattassero le loro vittime come animali prima di
ucciderle. Come scrive Boria Sax, molte pratiche naziste furono concepite per rendere
l'uccisione umana simile alla macellazione animale. "I nazisti costringevano coloro
che stavano per uccidere a spogliarsi completamente e ad ammucchiarsi, cosa che non è un
comportamento normale per gli umani. La nudità suggeriva che l'identità delle vittime
fosse di tipo animale; questa, combinata con l'affollamento, ricorda un branco di bovini o
di ovini. Questa sorta di disumanizzazione rendeva più facile sparare alle vittime o
ucciderle con il gas".
Durante il ventesimo secolo, due delle moderne nazioni industrializzate - gli Stati Uniti
e la Germania - hanno macellato milioni di esseri umani e miliardi di altri esseri. Ognuno
dei due Paesi ha dato il suo specifico contributo al massacro del secolo: l'America ha
dato al mondo moderno i mattatoi; la Germania nazista le camere a gas.
Sebbene le due operazioni di uccisione del ventesimo secolo, qui discusse, differiscano
sia per l'identità delle vittime che per lo scopo dell'uccisione, presentano, tuttavia,
varie caratteristiche comuni.
Rendere efficiente il processo
Nei centri di uccisione, la velocità e l'efficienza sono essenziali per il successo
dell'operazione. La giusta miscela di inganno, intimidazione, forza fisica e velocità è,
infatti, necessaria per minimizzare la possibilità di insorgenza di panico o di
resistenza, che interromperebbero la procedura. Al campo di sterminio di Belzec, in
Polonia, tutto procedeva "alla velocità massima, in modo che le vittime non
potessero cogliere che cosa stava succedendo loro. Le loro reazioni dovevano essere
paralizzate, per prevenire tentativi di fuga o atti di resistenza. Il procedimento veloce
mirava anche ad aumentare la capacità di sterminio del centro. In questo modo, parecchi
convogli potevano essere ricevuti e liquidati nello stesso giorno".3 Friedlander
descrive così l'efficienza degli impianti del T4: "Dal momento in cui arrivavano al
centro di sterminio, i pazienti venivano inesorabilmente avviati attraverso una procedura
che rendeva il loro assassinio fluido ed efficiente".
Rendere la procedura il più possibile fluida ed efficiente aiuta anche a sopprimere
l'emergere di scrupoli morali negli assassini. Neil Kressel scrive che gli organizzatori
dei genocidi cercano di rendere le azioni di sterminio di massa il più possibile
routinarie, meccaniche, ripetitive e programmate. "Riducendo il bisogno di pensare e
di prendere delle decisioni, la meccanicizzazione del massacro diminuisce la possibilità
che coloro che vi partecipano riconoscano la dimensione morale delle loro azioni".
Alle Union Stock Yards di Chicago, Jurgis Rudkus fu colpito dal "modo freddo ed
impersonale" con cui i lavoratori del mattatoio appendevano i maiali, "senza
un'ombra di dispiacere, senza l'omaggio di una lacrima".
Quando i tedeschi invasero l'Ungheria nel 1944 e cominciarono a deportare la sua numerosa
popolazione ebraica ad Auschwitz, il grande macello umano raggiunse il massimo della
propria efficienza. Lunghi treni su tre binari trasportavano gli ebrei ungheresi ai campi
di Birkenau direttamente ai nuovi forni crematori, che funzionavano a pieno regime,
rendendo così possibile che un nuovo treno potesse arrivare immediatamente dopo che il
precedente era stato scaricato. Appena gli ultimi cadaveri venivano rimossi dai forni e
trascinati nel fosso inceneritore dietro al crematoio, il gruppo che doveva essere
gasificato successivamente si stava già spogliando nello stanzone apposito.
Anche se l'industria americana della carne aveva avuto più di un secolo per rendere
efficiente la propria operatività, negli ultimi 25 anni l'accelerazione delle linee di
lavorazione ha notevolmente aumentato la velocità con cui le industrie della carne bovina
e del pollame macellano gli animali. Mentre, in precedenza, gli ispettori governativi
fermavano la catena produttiva ogni qualvolta individuavano della carne difettosa o degli
animali non adeguatamente tramortiti, oggi la produzione non viene fermata per paura che
"un solo minuto perduto" possa danneggiare i profitti. Come dichiarò un operaio
di un macello: "Non rallentano la catena per niente e per nessuno".
Gli ispettori del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) imparano in
fretta i rischi del loro lavoro. Secondo Tom Devine, del Government Accountability Project
(GAP - Progetto governativo di attendibilità), "Gli ispettori che hanno cercato di
fermare la catena di lavorazione sono stati oggetto di reprimende, assegnati ad altri
incarichi, aggrediti fisicamente dagli impiegati degli impianti e poi sanzionati per aver
partecipato a risse, hanno ricevuto valutazioni professionali inferiori, sono stati
inquisiti, licenziati, o oggetto di altre forme di rappresaglia che erano necessarie per
'neutralizzarli'".
Gli operai sono costantemente sotto pressione per mantenere la catena in funzione alla sua
massima velocità. "Purchè quella cammini", dice un operaio, "a loro non
gliene frega un cazzo di quello che devi fare per metterci sopra un maiale. Devi mettere
un maiale su ogni gancio, o ti trovi un sorvegliante al culo". Qualunque operaio che
provochi un arresto anche momentaneo del flusso di animali - chiamato 'buco nella linea' -
mette a rischio il proprio posto di lavoro". "Quelli che introducono i maiali
nella catena usano dei tubi per uccidere quelli che non salgono sulla rampa. Se un maiale
si rifiuta di salire sulla rampa e sta fermando la produzione, lo ammazzi a bastonate. Poi
lo lasci da parte e lo appendi in un secondo momento".
DAL CAPITOLO SESTO DI UN'ETERNA TREBLINKA
ANCHE NOI ERAVAMO COSI'
I difensori dei diritti degli animali coinvolti nell'Olocausto
Nella terza e conclusiva parte di questo libro l'attenzione di rivolge di nuovo a coloro
che - ebrei e tedeschi - hanno ricordi opposti dell'Olocausto, ma la cui opera in difesa
degli animali è stata influenzata e, in qualche caso, formata dall'Olocausto stesso.
Questo capitolo descrive gli attivisti legati all'Olocausto che hanno sviluppato una
sensibilità per la sofferenza altrui, che è tipica dei sopravvissuti all'Olocausto e
delle loro famiglie. Leo Eitinger, un ex-professore di psicologia dell'Università di Oslo
sopravvissuto ad Auschwitz, è arrivato alla conclusione che gli ex prigionieri dei campi
di sterminio hanno una sensibilità maggiore verso gli altri ed una maggiore capacità
empatica.
Molti figli dei sopravvissuti, cercando di lavorare per un miglioramento del mondo (tikkun
olam) - nella misura in cui questo è possibile - hanno intrapreso carriere in professioni
al servizio degli altri, per esempio come insegnanti, terapisti di coppia e familiari,
consulenti per la salute mentale, psichiatri, psicologi e lavoratori nell'ambito del
sociale.
Gli attivisti qui descritti sono stati capaci di estendere le proprie preoccupazioni e la
propria compassione oltre la barriera della specie, verso coloro che Henry Spira,
anch'egli attivista animalista legato all'Olocausto, chiama "le più indifese tra le
vittime del mondo".
...
Non abbiamo imparato niente
Albert Kaplan, figlio di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti agli inizi del Novecento,
è consulente per investitori istituzionali europei per la Laidlaw Global Securities, una
società di investimenti bancari di New York.
E' cresciuto nella parte settentrionale dello Stato di New York, dove suo padre fondò una
piccola catena di grandi magazzini. Kaplan ricorda bene l'incessante quantità di parti
animali che apparivano all'ora dei pasti - agnelli, polli, pesce e, "sempre, molte
bistecche". Un giorno, nel 1959, quando si trovò di fronte ad una bistecca
insolitamente grossa, Kaplan cominciò a chiedersi da quale parte della mucca venisse - la
parte anteriore? un fianco? la parte posteriore? Questa inaspettata serie di pensieri gli
tolse l'appetito e, da allora, non mangiò più carne.
Kaplan, inoltre, non mangia formaggio, uova, burro e latte, non indossa vestiti di origine
animale - pellicce, cuoio e lana, che definisce "la pelliccia dell'agnello".
Quando visitò un centro giainista* sulla Staten Island, un monaco gli offrì té, latte e
miele. Kaplan accettò il té, ma rifiutò il latte ed il miele. Il monaco gli chiese la
ragione del rifiuto. Dopo la spiegazione di Kaplan, il monaco gli disse, "Sei un
seguace del gianismo migliore di me".
Kaplan ha vissuto a Londra, a Parigi, in Lussemburgo, in Israele ed a New York. A Londra,
fu uno dei primi membri della Società Vegetariana Ebraica, ma poi si ritirò da questa
associazione perché crede che "il vegetarianismo non sia la risposta. Il veganesimo
sì". Tentò di far cambiare il nome alla Società da "vegetariana" a
"vegan", ma senza successo. Ha comunque dei bei ricordi dell'organizzazione.
"Hanno un ristorante molto piacevole ed il cibo non è male. I loro incontri possono
essere divertenti. In gran parte, sono tipi attempati che frequentano conferenze sulla
stitichezza ed altri problemi intestinali. Un grande gruppo".
Kaplan racconta che i sette anni passati in Israele gli hanno insegnato che la sua gente
non è esente dall'infliggere crudeltà. "Le Auschwitz per animali sono ovunque in
Israele ed alcune di queste sono fatte funzionare da sopravvissuti all'Olocausto. Vicino
ad Ashkelon, c'è un laboratorio industriale dove si pratica massicciamente la vivisezione
e dove gli animali sono torturati dietro compenso. Questo laboratorio conduce
'esperimenti' su qualsiasi animale tu possa pensare".50 Egli racconta, inoltre, della
visita fatta ad un museo dell'Olocausto in un kibbutz vicino ad Haifa. "A circa 200
piedi dall'ingresso principale del museo c'è una Auschwitz per animali, da cui emana un
fetore orribile che avvolge il museo. Ho fatto notare questa cosa alla direzione del
museo. La loro reazione non fu sorprendente: 'Ma sono solo polli.'"
Quando Kaplan andò in Unione Sovietica a visitare i villaggi dei genitori vicino a Minsk,
apprese che nessun membro della famiglia della madre, circa un centinaio di persone,
sopravvisse all'Olocausto. La famiglia del padre, che era un po' più piccola, non fu
completamente distrutta, così Kaplan riuscì ad incontrare alcuni di loro, compreso un
cugino che fu partigiano e che sopravvisse ad Auschwitz.
Anche se non è molto fiducioso, Kaplan vorrebbe che la lezione dell'Olocausto aiutasse
ebrei e non ebrei a migliorare il loro modo di trattare gli animali. "La
maggioranza dei sopravvissuti all'Olocausto sono carnivori che non si occupano della
sofferenza degli animali più di quanto i tedeschi si siano occupati della sofferenza
degli ebrei.
Cosa significa tutto questo?
Ve lo spiego. Significa che non abbiamo imparato niente dall'Olocausto.
Niente. E' stato tutto vano. Non c'è speranza".
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