UN'ETERNA TREBLINKA
Il massacro degli animali e l’Olocausto
di Charles Patterson

Non un testo per animalisti, ma un libro per chi afferma che...
Un mondo diverso è possibile!

Herman pronunciò mentalmente l'elogio funebre della topolina che aveva diviso con lui un tratto della propria vita e che per colpa sua se n'era andata da questa terra. "Che ne sanno di quelli come te gli studiosi, i filosofi, i leader di questo mondo? Si sono convinti che l'uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno".
Isaac Bashevis Singer, "L'uomo che scriveva lettere"

L'Associazione Progetto Gaia ringrazia i soci che hanno prestato la loro attività di volontariato per tradurre il testo americano.

Un’eterna Treblinka - Il massacro degli animali e l’Olocausto di Charles Patterson
Editori Riuniti - Collana Primo Piano - Pagine 352 - Anno 2003 - Prezzo 16,00 euro


DA UN'ETERNA TREBLINKA

INTRODUZIONE

Mentre ero a New York come studente alla Columbia University, divenni amico intimo di una rifugiata ebrea-tedesca, traumatizzata da sei anni di vita sotto il regime nazista. La sua esperienza mi impressionò profondamente, tanto che mi indusse a seguire corsi ed a leggere molto per saperne di più. In questo, furono particolarmente utili Yuri Suhl, autore di They Fought Back: The Story of the Jewish Resistance in Nazi Europe (Essi si opposero: la storia della resistenza degli ebrei nell'Europa nazista), e Lucian Dobroszycki del YIVO Institute of Jewish Research e curatore del volume The Chronicle of the Lodz Ghetto, 1941-1944 (Storia del ghetto di Lodz, 1941-1944).

Più tardi, quando divenni un insegnante di storia e mi misi a cercare, senza trovarlo, un libro sulle origini dell'Olocausto adatto per i miei studenti, scrissi per colmare questa lacuna Anti-Semitism: The Road to the Holocaust and Beyond (Antisemistismo: la strada verso l'Olocausto ed oltre). L'estate dopo la pubblicazione di questo libro frequentai lo Yad Vashem* Institute for Holocaust Education a Gerusalemme ed imparai ulteriormente da Yehuda Bauer, David Bankier, Robert Wistrich ed altri studiosi dell'Olocausto. Tornato negli Stati Uniti, iniziai a recensire libri per Martyrdom and Resistance (Martirio e resistenza), una rivista bimestrale pubblicata dalla International Society for Yad Vashem.

La mia consapevolezza dello sfruttamento e del massacro degli animali da parte della nostra società rappresenta uno sviluppo più recente. Io sono cresciuto e ho speso la maggior parte della mia vita adulta inconsapevole di quanto la nostra società è basata sulla violenza istituzionalizzata nei confronti degli animali. Per un lungo periodo non mi capitò mai di mettere in discussione o semplicemente di sollevare dei dubbi circa la pratica ed il pensiero soggiacenti a questa concezione. Steve Simmons, attivista per i diritti degli ammalati di AIDS e per i diritti degli animali, ha descritto molto bene questo pensiero: "Gli animali sono gli innocenti danneggiati da una visione del mondo che asserisce che alcune vite sono più importanti di altre, che i potenti sono autorizzati a sfruttare i deboli e che i meno adatti devono essere sacrificati a favore di un bene più grande". Quando ho capito che questo era lo stesso pensiero che ha guidato l'Olocausto, ho iniziato anche a vedere le connessioni che costituiscono la materia di questo libro.

Dedico questo libro al grande scrittore yiddish Isaac Bashevis Singer (1904-1991) che è stato il primo grande scrittore a descrivere il trattamento "nazista" che noi riserviamo agli animali. Le prime due parti del libro (capitoli 1-5) descrivono il problema da una prospettiva storica , mentre la seconda parte (capitoli 6-8) descrive le persone - ebree e tedesche - il cui interesse per la difesa degli animali è stato, almeno in parte, determinato dalla loro esperienza dell'Olocausto.

La convinzione di Albert Camus che "è responsabilità dello scrittore il parlare per coloro che non possono parlare a favore di sé stessi" mi ha aiutato a perseverare nella scrittura di questo libro. E quando sembrò che non avrei mai trovato una casa editrice abbastanza coraggiosa da pubblicarlo (alcuni hanno detto che il libro era "troppo forte"), mi sono confortato considerando ciò che scrisse Franz Kafka: "Penso che dovremmo leggere esclusivamente quei libri che ci fanno male e che ci feriscono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sconvolge come un colpo alla testa, perché ci dovremmo prendere il fastidio di leggerlo? Questo libro ci dovrebbe rendere felici? Buon Dio, noi saremmo molto più felici se solamente non ci fosse alcun libro […] Un libro deve essere come un'ascia per il mare gelato che è dentro di noi".

Se il problema dello sfruttamento e del massacro degli animali sarà un tema centrale per il ventunesimo secolo come lo è stato il problema della schiavitù in America nel diciannovesimo - ed io penso che non potrà non esserlo - la mia speranza è che questo libro sarà parte integrante di questo dibattito.


* In Ebraico, "Vad" significa "una mano"e "Vashem" "ed un nome"; sempre in Ebraico "una mano ed un nome" indica una pietra tombale con l'indicazione del nome della persona morta. Pertanto, il Museo "Vad Yashem" di Gerusalemme è, per gli ebrei, il Museo della Memoria, altrimenti noto come il Museo dell'Olocausto (N.d.T.).


DAL CAPITOLO QUINTO DI UN'ETERNA TREBLINKA
SENZA L'OMAGGIO DI UNA LACRIMA
Centri di sterminio in America ed in Germania


Fino ad ora, abbiamo discusso di come l'addomesticamento/riduzione in schiavitù degli animali sia servito da modello e da ispirazione per la schiavitù umana, del modo in cui l'allevamento degli animali domestici abbia condotto a misure eugenetiche, quali sterilizzazione obbligatoria, eutanasia, e genocidio e di come la macellazione industriale di bovini, suini, ovini ed altri animali abbia aperto la strada, almeno indirettamente, alla Soluzione Finale.
Nella storia della nostra ascesa al dominio come specie padrona, l'aver reso vittime gli animali è servito come modello e fondazione del renderci reciprocamente vittime. Lo studio della storia umana rivela questo schema: prima gli umani sfruttano e macellano gli animali, poi trattano gli altri umani esattamente come animali.
È significativo che i nazisti trattassero le loro vittime come animali prima di ucciderle. Come scrive Boria Sax, molte pratiche naziste furono concepite per rendere l'uccisione umana simile alla macellazione animale. "I nazisti costringevano coloro che stavano per uccidere a spogliarsi completamente e ad ammucchiarsi, cosa che non è un comportamento normale per gli umani. La nudità suggeriva che l'identità delle vittime fosse di tipo animale; questa, combinata con l'affollamento, ricorda un branco di bovini o di ovini. Questa sorta di disumanizzazione rendeva più facile sparare alle vittime o ucciderle con il gas".
Durante il ventesimo secolo, due delle moderne nazioni industrializzate - gli Stati Uniti e la Germania - hanno macellato milioni di esseri umani e miliardi di altri esseri. Ognuno dei due Paesi ha dato il suo specifico contributo al massacro del secolo: l'America ha dato al mondo moderno i mattatoi; la Germania nazista le camere a gas.
Sebbene le due operazioni di uccisione del ventesimo secolo, qui discusse, differiscano sia per l'identità delle vittime che per lo scopo dell'uccisione, presentano, tuttavia, varie caratteristiche comuni.

Rendere efficiente il processo

Nei centri di uccisione, la velocità e l'efficienza sono essenziali per il successo dell'operazione. La giusta miscela di inganno, intimidazione, forza fisica e velocità è, infatti, necessaria per minimizzare la possibilità di insorgenza di panico o di resistenza, che interromperebbero la procedura. Al campo di sterminio di Belzec, in Polonia, tutto procedeva "alla velocità massima, in modo che le vittime non potessero cogliere che cosa stava succedendo loro. Le loro reazioni dovevano essere paralizzate, per prevenire tentativi di fuga o atti di resistenza. Il procedimento veloce mirava anche ad aumentare la capacità di sterminio del centro. In questo modo, parecchi convogli potevano essere ricevuti e liquidati nello stesso giorno".3 Friedlander descrive così l'efficienza degli impianti del T4: "Dal momento in cui arrivavano al centro di sterminio, i pazienti venivano inesorabilmente avviati attraverso una procedura che rendeva il loro assassinio fluido ed efficiente".
Rendere la procedura il più possibile fluida ed efficiente aiuta anche a sopprimere l'emergere di scrupoli morali negli assassini. Neil Kressel scrive che gli organizzatori dei genocidi cercano di rendere le azioni di sterminio di massa il più possibile routinarie, meccaniche, ripetitive e programmate. "Riducendo il bisogno di pensare e di prendere delle decisioni, la meccanicizzazione del massacro diminuisce la possibilità che coloro che vi partecipano riconoscano la dimensione morale delle loro azioni". Alle Union Stock Yards di Chicago, Jurgis Rudkus fu colpito dal "modo freddo ed impersonale" con cui i lavoratori del mattatoio appendevano i maiali, "senza un'ombra di dispiacere, senza l'omaggio di una lacrima".
Quando i tedeschi invasero l'Ungheria nel 1944 e cominciarono a deportare la sua numerosa popolazione ebraica ad Auschwitz, il grande macello umano raggiunse il massimo della propria efficienza. Lunghi treni su tre binari trasportavano gli ebrei ungheresi ai campi di Birkenau direttamente ai nuovi forni crematori, che funzionavano a pieno regime, rendendo così possibile che un nuovo treno potesse arrivare immediatamente dopo che il precedente era stato scaricato. Appena gli ultimi cadaveri venivano rimossi dai forni e trascinati nel fosso inceneritore dietro al crematoio, il gruppo che doveva essere gasificato successivamente si stava già spogliando nello stanzone apposito.
Anche se l'industria americana della carne aveva avuto più di un secolo per rendere efficiente la propria operatività, negli ultimi 25 anni l'accelerazione delle linee di lavorazione ha notevolmente aumentato la velocità con cui le industrie della carne bovina e del pollame macellano gli animali. Mentre, in precedenza, gli ispettori governativi fermavano la catena produttiva ogni qualvolta individuavano della carne difettosa o degli animali non adeguatamente tramortiti, oggi la produzione non viene fermata per paura che "un solo minuto perduto" possa danneggiare i profitti. Come dichiarò un operaio di un macello: "Non rallentano la catena per niente e per nessuno".
Gli ispettori del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) imparano in fretta i rischi del loro lavoro. Secondo Tom Devine, del Government Accountability Project (GAP - Progetto governativo di attendibilità), "Gli ispettori che hanno cercato di fermare la catena di lavorazione sono stati oggetto di reprimende, assegnati ad altri incarichi, aggrediti fisicamente dagli impiegati degli impianti e poi sanzionati per aver partecipato a risse, hanno ricevuto valutazioni professionali inferiori, sono stati inquisiti, licenziati, o oggetto di altre forme di rappresaglia che erano necessarie per 'neutralizzarli'".
Gli operai sono costantemente sotto pressione per mantenere la catena in funzione alla sua massima velocità. "Purchè quella cammini", dice un operaio, "a loro non gliene frega un cazzo di quello che devi fare per metterci sopra un maiale. Devi mettere un maiale su ogni gancio, o ti trovi un sorvegliante al culo". Qualunque operaio che provochi un arresto anche momentaneo del flusso di animali - chiamato 'buco nella linea' - mette a rischio il proprio posto di lavoro". "Quelli che introducono i maiali nella catena usano dei tubi per uccidere quelli che non salgono sulla rampa. Se un maiale si rifiuta di salire sulla rampa e sta fermando la produzione, lo ammazzi a bastonate. Poi lo lasci da parte e lo appendi in un secondo momento".


DAL CAPITOLO SESTO DI UN'ETERNA TREBLINKA

ANCHE NOI ERAVAMO COSI'
I difensori dei diritti degli animali coinvolti nell'Olocausto


Nella terza e conclusiva parte di questo libro l'attenzione di rivolge di nuovo a coloro che - ebrei e tedeschi - hanno ricordi opposti dell'Olocausto, ma la cui opera in difesa degli animali è stata influenzata e, in qualche caso, formata dall'Olocausto stesso.
Questo capitolo descrive gli attivisti legati all'Olocausto che hanno sviluppato una sensibilità per la sofferenza altrui, che è tipica dei sopravvissuti all'Olocausto e delle loro famiglie. Leo Eitinger, un ex-professore di psicologia dell'Università di Oslo sopravvissuto ad Auschwitz, è arrivato alla conclusione che gli ex prigionieri dei campi di sterminio hanno una sensibilità maggiore verso gli altri ed una maggiore capacità empatica.

Molti figli dei sopravvissuti, cercando di lavorare per un miglioramento del mondo (tikkun olam) - nella misura in cui questo è possibile - hanno intrapreso carriere in professioni al servizio degli altri, per esempio come insegnanti, terapisti di coppia e familiari, consulenti per la salute mentale, psichiatri, psicologi e lavoratori nell'ambito del sociale.

Gli attivisti qui descritti sono stati capaci di estendere le proprie preoccupazioni e la propria compassione oltre la barriera della specie, verso coloro che Henry Spira, anch'egli attivista animalista legato all'Olocausto, chiama "le più indifese tra le vittime del mondo".

...

Non abbiamo imparato niente

Albert Kaplan, figlio di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti agli inizi del Novecento, è consulente per investitori istituzionali europei per la Laidlaw Global Securities, una società di investimenti bancari di New York.

E' cresciuto nella parte settentrionale dello Stato di New York, dove suo padre fondò una piccola catena di grandi magazzini. Kaplan ricorda bene l'incessante quantità di parti animali che apparivano all'ora dei pasti - agnelli, polli, pesce e, "sempre, molte bistecche". Un giorno, nel 1959, quando si trovò di fronte ad una bistecca insolitamente grossa, Kaplan cominciò a chiedersi da quale parte della mucca venisse - la parte anteriore? un fianco? la parte posteriore? Questa inaspettata serie di pensieri gli tolse l'appetito e, da allora, non mangiò più carne.

Kaplan, inoltre, non mangia formaggio, uova, burro e latte, non indossa vestiti di origine animale - pellicce, cuoio e lana, che definisce "la pelliccia dell'agnello". Quando visitò un centro giainista* sulla Staten Island, un monaco gli offrì té, latte e miele. Kaplan accettò il té, ma rifiutò il latte ed il miele. Il monaco gli chiese la ragione del rifiuto. Dopo la spiegazione di Kaplan, il monaco gli disse, "Sei un seguace del gianismo migliore di me".

Kaplan ha vissuto a Londra, a Parigi, in Lussemburgo, in Israele ed a New York. A Londra, fu uno dei primi membri della Società Vegetariana Ebraica, ma poi si ritirò da questa associazione perché crede che "il vegetarianismo non sia la risposta. Il veganesimo sì". Tentò di far cambiare il nome alla Società da "vegetariana" a "vegan", ma senza successo. Ha comunque dei bei ricordi dell'organizzazione. "Hanno un ristorante molto piacevole ed il cibo non è male. I loro incontri possono essere divertenti. In gran parte, sono tipi attempati che frequentano conferenze sulla stitichezza ed altri problemi intestinali. Un grande gruppo".

Kaplan racconta che i sette anni passati in Israele gli hanno insegnato che la sua gente non è esente dall'infliggere crudeltà. "Le Auschwitz per animali sono ovunque in Israele ed alcune di queste sono fatte funzionare da sopravvissuti all'Olocausto. Vicino ad Ashkelon, c'è un laboratorio industriale dove si pratica massicciamente la vivisezione e dove gli animali sono torturati dietro compenso. Questo laboratorio conduce 'esperimenti' su qualsiasi animale tu possa pensare".50 Egli racconta, inoltre, della visita fatta ad un museo dell'Olocausto in un kibbutz vicino ad Haifa. "A circa 200 piedi dall'ingresso principale del museo c'è una Auschwitz per animali, da cui emana un fetore orribile che avvolge il museo. Ho fatto notare questa cosa alla direzione del museo. La loro reazione non fu sorprendente: 'Ma sono solo polli.'"

Quando Kaplan andò in Unione Sovietica a visitare i villaggi dei genitori vicino a Minsk, apprese che nessun membro della famiglia della madre, circa un centinaio di persone, sopravvisse all'Olocausto. La famiglia del padre, che era un po' più piccola, non fu completamente distrutta, così Kaplan riuscì ad incontrare alcuni di loro, compreso un cugino che fu partigiano e che sopravvisse ad Auschwitz.

Anche se non è molto fiducioso, Kaplan vorrebbe che la lezione dell'Olocausto aiutasse ebrei e non ebrei a migliorare il loro modo di trattare gli animali. "La maggioranza dei sopravvissuti all'Olocausto sono carnivori che non si occupano della sofferenza degli animali più di quanto i tedeschi si siano occupati della sofferenza degli ebrei.

Cosa significa tutto questo?

Ve lo spiego. Significa che non abbiamo imparato niente dall'Olocausto.
Niente. E' stato tutto vano. Non c'è speranza".